Ci sei ancora Tu sotto quella pelle

Non fatico ad ammettere i miei errori. Sono tanto testarda quanto onesta. Almeno cerco di esserlo, non sempre ci riesco. Molte volte mi nascondo dietro a delle scuse che trovano il tempo che trovano, altre volte mi creo delle realtà parallele in cui mi coccolo nell’idea di una me stessa migliore… So di commettere continuamente una miriade di errori, so le colpe che ho e so anche come aggirarle, come darmi delle spiegazioni, come illudermi di non averle. 

Capisco e mi nascondo.

Mi sono nascosta per tanti mesi, per non vedere il Tuo dolore, perché mi mancava il coraggio di guardarlo dentro ai tuoi occhi. Gli occhi che mi hanno cresciuta e che mi hanno subito dimenticata. Ma non sempre le mie scuse mi sanno giustificare e ho dovuto per forza vedere quella colpa che finora ero riuscita a motivare. Mi sono vergognata.

Sono venuta a cercarti, nel luogo che adesso ospita quel corpo che sì, è ancora tuo ma sembra solo somigliarti, in quella casa che dividi con le altre anime sperse nelle pieghe della loro memoria, come Te. 

Hai iniziato tanti anni fa a non ricordare la spesa, se avevi mangiato, se ci avevi già telefonato. Poi sempre meno lucidità e più confusione. I nomi, i volti, la tua storia e la nostra. Ed io, quella bambina che avevi accudito, cresciuto, a cui avevi dato da mangiare e ospitato a dormire, a un certo punto sono sparita dai tuoi ricordi. Sono diventata prima una collega, poi un viso vagamente familiare, poi una completa sconosciuta… 

La sofferenza della tua malattia lenta che mangia una cellula per volta, che ogni giorno cancellava un pezzettino di vita, anno dopo anno, si è portata via tutti noi. 

Oggi ti ho guardata. Mi accarezzavi la faccia con quelle mani sempre più magre, con quelle dita in cui la fede del tuo matrimonio balla e non entra più. Non mi riconosci, ma d’altronde io non riconosco più neanche te. Non mi accarezzavi prima, da piccola… Non mi stringevi le mani. Hai fatto una battuta irriverente, simpatica, con quello strano nuovo modo di parlare a volte incomprensibile, hai riso e battuto le mani. E io invece che ridere avrei voluto piangere. Non sei più Tu, non sei quella di prima. Ma non sei nemmeno un’ altra. 

Ho dovuto sforzarmi, farmi una violenza. Mi sono nascosta dietro la scusa della mia sofferenza nel vederti perché non volevo ammettere che la mia paura più profonda era invece quella di non sapere se ti avrei riconosciuta, se avrei visto l’espressione dura e severa mentre indichi le persone intorno a te o se ti avrei trovata serena, persa e confusa, che mi guardavi come guardi una persona appena conosciuta che a pelle ti sta simpatica. Ero tesa e non volevo sapere la risposta, ma non posso sempre nascondermi dietro la mia inadeguatezza al dolore. Il dolore c’è, esiste per tutti, Tu ci sei, sei ancora lì, ed io lo devo capire, lo devo affrontare. 

Mi sono sentita sollevata quando ridevi, perché almeno non stavi capendo, non stavi ricordando, non piangevi. E mi hai salutata quando sono uscita con un arrivederci, anche se so che dopo pochi secondi sono tornata una macchia scura nella tua testa. 

Fuori dalla tua nuova “casa” ho respirato, ho sciolto il collo teso, ho ripensato e ripetuto quella battuta che avevi fatto. Poi ho realizzato. A casa. Non sei più tu, ma ci sei ancora, sotto quella pelle. Ed io non devo più nascondermi.

  

La CiCci


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