Curare o avere cura?

Cura s. f. [lat. cūra]. –

1.

a. Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività: dedicare ogni c.alla famiglia, all’educazione dei figli, ai proprî interessi; avere c., prendersi c. di qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione

b. Riguardo, attenzione

c. Impegno, zelo, dedizione

d. Attività in cui si è direttamente impegnati

e. Oggetto costante (costituito da persone o cose) dei propri pensieri, delle proprie attenzioni, del proprio attaccamento

2.

a. Il complesso dei mezzi terapeutici e delle prescrizioni mediche che hanno il fine di guarire una malattia (sinon. di terapia, ma con significato e uso più ampi)

b. Uso continuato di un rimedio

Basta guardare la televisione un’ora per capire verso quale delle due propenda la nostra società. Hai bruciore di stomaco? Prendi una pasticca. Hai mal di testa? Prendine due, anzi compra la confezione famiglia. Ti senti debole? vai di integratori! Mai una volta che qualcuno predichi un’alimentazione sana e completa o una vita meno frenetica. Siamo sempre più portati a trovare la soluzione ad un problema, piuttosto che evitare di crearcelo.

E questo non è solamente l’atteggiamento che adottiamo rispetto alla nostra salute, ma si ripercuote su ogni altro aspetto, compresa la visione che abbiamo riguardo l’educazione dei figli.

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Credo che si possano intendere le cose in modi differenti: si può guardare all’infanzia come ad una attesa di crescita oppure la si può vedere come un’occasione.

Ho a che fare con questo mondo da qualche annetto ormai (ma lungi da me credere di aver visto tutto..) e ho avuto più volte la prova di quanto possa essere determinante il semplice cambio di atteggiamento quando si parla di educare i bambini.

Quando ho iniziato a lavorare in asilo nido ero del tutto inesperta e guardavo quella massa chiassosa e sempre in movimento di corpicini urlanti, all’incirca come si guarda un film dell’orrore, con le mani sugli occhi e la faccia il più possibile nascosta sotto al plaid. Non sapevo come gestirla! Passavo le mie giornate a urlare, castigare e tentare in tutti i modi di “domare”, o forse meglio dire addomesticare, quel gruppo. Poi ho pensato che quello che stavo facendo non aveva alcun senso né educativo né in termini di risultati… così ho provato a cambiare prospettiva. Ho iniziato a non fare nulla e guardare i bambini, guardarli da seduta. Alla loro altezza insomma.

E mi si è aperto un universo intero.

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Avete mai “perso” tempo a osservare un gruppo di bambini mentre giocano tra di loro? Beh, fatelo! Ne vale davvero la pena. Sanno discutere di un problema, trovare insieme la soluzione o litigare cercandone la causa, sono in grado di riconoscere chi ha bisogno di un aiuto e darglielo, sanno collaborare per costruire cose che da soli non potrebbero fare. Sanno organizzarsi socialmente, decidere un leader e dare comandi. Sono capaci di concentrarsi su un lavoro e mantenere la concentrazione per un tempo per loro lunghissimo. Si impegnano e cercano di fare il loro meglio quando hanno un compito che si sono scelti o che ha stimolato il loro interesse.

Vi sembra impossibile vero? Provare per credere.

La sola cosa che dovevo fornire io, in quanto educatrice, era l’occasione. Serviva solo che io li ascoltassi e loro mi avrebbero chiesto ciò di cui avevano bisogno. Il mio compito era poi quello di creare le condizioni per poter soddisfare quella necessità. E funzionava! 

Poi ho cambiato asilo nido, colleghe, orario e ambiente e mi sono ritrovata a fare marcia indietro per dovermi stupidamente adattare al nuovo lavoro…sono ritornata ad essere una maestra che conduce la classe come fa un caporale con i suoi soldati, per stare dentro ai tempi, per non invadere gli spazi, per non ribaltare il micromondo-asilo tanto fermo e consolidato negli anni. Cercavo, nelle ore in cui potevo gestire la mia classe in autonomia, di mantenere fede a quel nuovo atteggiamento che avevo adottato gli anni precedenti ma, per mancanza di coraggio, lo ammetto, il più delle volte mi adattavo. E con il senno di poi capisco di aver perso una marea di occasioni di fare bene il mio lavoro.

Fortunatamente la buona sorte ha poi deciso di mettermi su una nuova strada e farmi incontrare Francesca e la sua famiglia. Ho potuto scoprire allora la mia vera vocazione e portarla avanti giorno per giorno. Ho capito cosa significa dedicarsi ai bambini, averne cura. 

Se si vuole crescere delle PERSONE e non dei semplici numeri all’anagrafe, si deve pensare ai bambini come individui ognuno con caratteristiche peculiari diverse da quelle degli altri, con interessi, sogni, speranze, voglia di fare personali. Si deve fornire loro la massima possibilità di esprimersi, di comunicare, di dire al mondo degli adulti quello di cui hanno bisogno. Serve solo l’attenzione.

Noi grandi siamo portati a vedere i nostri bambini come qualcosa da proteggere, da salvare, e li osserviamo solamente per vedere se sono in salute, se hanno malattie o se mangiano e dormono a sufficienza. Abbiamo una visione totalmente “patologizzata” dello sviluppo, dobbiamo sapere a quale fase, stadio, livello di crescita sono, ma il mondo che è racchiuso dentro a ogni piccolo non è affatto fatto solo di questo… se perdiamo il nostro tempo a guardarlo veramente, ci accorgeremo che le sue richieste sono ben altre: già in tenerissima età, il bambino ci chiede l’affetto perchè ha bisogno del nostro calore, ci prega di spostarlo, di muoverlo perchè vuole vedere il mondo e conoscere la realtà in cui vive, sgambetta, si rotola e si rigira per testare le sue capacità di movimento, la possibilità di afferrare oggetti, assaggiarli, annusarli, sapere se sanno di mamma oppure no, sentire se fanno rumore. Ci sta facendo una miriade di domande che è nostro compito ascoltare attentamente.

Dobbiamo avere cura e riguardo per queste domande. E’ faticoso, impegnativo e richiede una presenza ed un impegno maggiori, ma vi dico un segreto… se ci preoccupassimo più delle richieste di conoscenza dei nostri bambini, piuttosto che della loro salute, avremmo molti più genitori rilassati e sereni e molti meno bambini malati!

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Star bene non significa non aver alcuna malattia, star bene vuol dire essere felici.

«I genitori non sono i costruttori del bambino, ma i suoi custodi. Essi devono proteggerlo e curarlo in un senso profondo, come chi assume una missione sacra, che supera gli interessi e i concetti della vita esteriore.»

(Maria Montessori. “Il segreto dell’infanzia”)

Buona serata!

La CiCci

 

 

 

 

 

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5 pensieri su “Curare o avere cura?

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