Colline, qualche bicchiere e una famiglia allargata.

Sono a casa da poco e mi sto bevendo uno spritz. Sì, perché dai, ogni tanto serve proprio…specialmente in giornate come questa che vorresti fossero già finite alle 9 del mattino, specialmente quando da un pò vorresti che molte giornate fossero già finite alle 9 del mattino. Ci va lo spritz, ma siccome non ci si può ubriacare tutte le sere, ci va anche  ogni tanto una bella domenichina di scarico. 

Lo sapete che di solito mi serve il mare, o il lago, o una vasca da bagno, insomma qualcosa che contenga l’acqua, ma due domeniche fa devo dire che ho apprezzato come valida alternativa anche il vino! 

Anna, mia cognata (mi fa sempre strano dirlo, io e il mio solito problema con i titoli “moglie”, “compagna”, tutta quella roba lì…va bé) ha invitato la famiglia a pranzo dai suoi cugini del Monferrato. Così, con semplicità; il cugino di suo padre, anzi il cugino di secondo grado di suo padre, le ha detto “porta chi vuoi della tua famiglia” e lei ha chiamato tutti noi: mio padre e sua moglie, i miei zii, me e il Cc, i miei cugini.

Ora, chi è biellese mi capirà, per noi già che un cugino di terzo grado ti inviti a pranzo è praticamente una condizione probabile quanto vedere il Mucrone eruttare come l’ Etna, ma che estenda l’invito anche a terzi, quarti e quinti a lui sconosciuti e per giunta a casa sua, è praticamente impossibile.

Invece no, è successo per davvero! E il risultato è stato così sbalorditivo e naturale  da lasciarmi davvero stupefatta. 

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Siamo italiani, non c’è niente da fare, quando mettiamo le nostre gambe sotto ad una tavola imbandita, diamo sempre il meglio di noi.  Con semplicità escono i discorsi, ciò che unisce, il fatto di far parte della Proloco del paese, cucinare alle feste, le ricette, la passione per il vino, i racconti di famiglia. “Come lo fate il bollito misto?” “di che cantina è sto Barbera favoloso?” “Con che vino sfumi l’arrosto?” parliamo di mangiare anche mentre mangiamo, parliamo di cibo raccontando le vacanze, parliamo di quel vino bevuto al Vinitaly bevendo il Brachetto. Il cibo è la nostra identità e la nostra storia, è quello di cui siamo fatti, quello che più ci unisce e ci accomuna, anche quando ci sono delle differenze.

Quando mangiamo diventiamo tutti una grande famiglia.

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Così, in un niente, una Domenica come tante altre, è diventata una Domenica diversa e speciale, che mi ha fatta ritornare a casa con il cuore pieno di paesaggi meravigliosi, la pancia che scoppiava, gli occhi lucidi per quel buon bicchierino in più, buttato giù con una bella passeggiata digestiva tra noccioleti e vitigni, il bel ricordo di un nuovo pezzetto di famiglia conosciuto…E una nuova ricetta per il bagnet!!!

A salutarci un tramonto da mozzare il fiato.

Ad un’altra Domenica così.

La CicCi

 

 

 

Condiscendente? Mai più! 

Sono un po’ più tranquilla del solito,  finalmente posso finire questo post in attesa da un po’… con qualche aggiunta ispirata a dal seminario sulla gestione delle emozioni di ieri, di cui vi parlerò appena si sarà sedimentato per bene nella mia testolina. 

Uuuuuuuh come sono invecchiata!!!! 

Ultimamente mi sto ritrovando sempre più spesso a parlare da sola. Faccio luuuuuunghi monologhi in macchina, mentre cucino, al mattino davanti al caffè (questi sono i più belli, stile Pulp Fiction, in stato di semicoscienza post pasticche, a metà tra realtà e sogno -per dire!-) oppure mentre mi trucco allo specchio. Sorvolando l’aspetto clinico-psichiatrico della cosa, in realtà mi sta servendo molto. In questi dialoghi a tu per tu con me stessa sfogo tutta quell’acidità che reprimo, per il bene comune, nei rapporti interpersonali, e mi dico chiaro in faccia quello che provo. Scopro tratti del mio carattere che non pensavo di avere e delle idee che, dette ad alta voce, mi spaventano per la loro brutale sincerità. 


Ora mi sono chiesta: ma quindi questa qui sono io davvero? Un sacco di cose che fino all’anno scorso tutto sommato riuscivo a digerire, ora mi risultano completamente inaccettabili! Insomma, sono sempre stata abbastanza accomodante rispetto alle scelte e alle decisioni altrui e alle mie, ma ultimamente, mi ritrovo a non condividerle davvero più! Da una parte la cosa mi rende anche in un certo modo più stabile; piuttosto che essere la solita volubile Cicci di sempre, preferisco essere questa nuova Cicci acidella ma consapevole, dall’altro canto però ne sono anche un po’ turbata. Quando si raggiunge una nuova consapevolezza è sempre necessario farvi in qualche modo fronte, accettarla o metterla a tacere. 

Capiamoci, non riguarda solo ciò che ho scoperto odiare negli altri, e quando dico odiare non esagero troppo- mi viene l’orticaria a pensare a certe cose-, ma anche e soprattutto ciò che assolutamente non riesco più a tollerare in me stessa! 


Volete degli esempi pratici?? 

In primis odio il fatto di essere spesso stata, ed essere tuttora, una banderuola al vento: mi innamoro alla svelta di ciò che mi passa davanti al naso (questo si era capito, no?) e con la stessa velocità passo da una passione all’altra, influenzata molto spesso da chi ho accanto, da ciò che mi attrae nelle altre storie, nelle altre vite, in altri gusti. Mi faccio attirare dalle esperienze altrui e questo va bene, ne sono ispirata e mi aiuta a mantenere una mente aperta e curiosa, ma genera in me un continuo stato di ridiscussione, che alla fine mi toglie stabilità. Amo spesso e molto, ma non per questo in modo leggero. Anzi, l’amore per ciò che mi appassiona pesa molto sulla mia circolazione, sulla mia stabilità, mi condiziona, mi spinge o mi schiaccia. Non è frivolo, ed anche se passeggero, lascia il suo segno. Ma ora no, non voglio essere più così volubile, così in balia. Devo scremare e capire ciò che davvero è necessario per me, andare fino al fondo di questa mia passione e fregarmene se agli altri non piace, se qualcuno pensa che sia inutile, eccessivo, fuori moda o troppo di moda, da pazzi; mi piace, mi serve, anche nella completa inutilità, il resto problemi altrui. 

Sembra facile a dirsi ed anche un po’ scontato ma, se ci pensate bene e analizzate nel profondo i vostri comportamenti, capirete che non lo è. Siamo bombardati continuamente da immagini e esempi di pratiche e scelte preconfezionate, pronte all’uso, affascinanti ammalianti e semplici. Ci vengono servite, senza che ce ne accorgiamo, in piccole dosi assuefacenti, fino a farci credere di avere noi stessi concepito quel gusto e quella decisione. Ma non è così! Ci piacciono le cose che ci vengono proposte perché è ciò che si trova in giro da comprare, perché sono le immagini che si trovano per prime quando facciamo una ricerca, perchè se apriamo un giornale sono a tutta pagina, perchè è quello di cui si parla, perché è quello che si vuole abbiano o facciano tutti. Vale per gli oggetti e vale per le idee. È il segreto della società moderna, ora però voglio smetterla di essere condizionata dalle persone e dalle cose. Un lavorone, ma sono ad un punto in cui trovo inconcepibile alcuni dettami sociali: il costo delle cose più inutili, credere che siano per noi indispensabili, il materiale scadente e la poca accuratezza con cui invece sono fatte quelle davvero necessarie, l’essere continuamente facilitati nelle cose basilari (le carote già tagliate? Ma sul serio????) la concezione comunemente accettata del tipo di persona che bisognerebbe essere, della vita vuota e senza coda che bisognerebbe fare. Così ci si perde dietro alla non-sostanza, all’effimeratezza dei nostri desideri passeggeri, senza una bussola che ci indichi dal profondo di noi stessi quale sia la nostra direzione. E mo basta però!


Odio chi si autocommisera e chi si deprime come se tutti i problemi del mondo gli pesassero sulle spalle. Prendete me: quando mi capita una mezza storta, giro per casa come uno zombie, chiedendomi il perché sia successo proprio a me, cosa avrò fatto mai di male per meritarmelo. Ma daiiiii! È così facile perdere la concezione di realtà e di misura quando le cose riguardano se stessi, ma a ben vedere se qualcun altro ci raccontasse la medesima storia, molto probabilmente risponderemmo “oh quanto mi dispiace” ma nella testa una voce urlerebbe “ma stai calmo che mica t’è cascato un braccio!!” Il dolore, il dispiacere è solo una delle tante sensazioni che tutti noi dobbiamo affrontare, e dobbiamo saper pesare. Odio anche chi non sa riconoscere i meriti altrui. Chi crede sia sempre una questione di fortuna (per gli altri) e di ingiustizia (per se stesso). Eh no! È questione di lavorarci su, di impegnarsi, di rischiare, di soffrire e di essere ben disposti verso la sorte. E di mazzate. E che, se anche uno gira con il sorriso costantemente stampato in faccia e crede che sì, forse questa è andata male ma la prossima andrà meglio, sempre, ciò non significa che per lui tutto sia perfetto. La felicità è una scelta, come la speranza, la propositività, la voglia di fare e di stare nel mondo attivamente, tanto quanto si sceglie la rabbia e la negatività. La fortuna? Lasciamola alle estrazioni del lotto. 


E poi non sopporto, e sinceramente non capisco nemmeno, il fatto che io mi faccia andare bene cose che in realtà non mi piacciono e non condivido per niente, anzi molte volte mi ritrovi persino a sostenerle. Ma stiamo scherzando?! Quando ho perso la sicurezza delle mie idee? Quando è successo che io non sia più certa al 100% delle mie convinzioni? Forse è il naturale processo di crescita che ti porta a mettere in dubbio la maggior parte dei tuoi valori e dei tuoi punti fissi? Forse si, e da questo punto di visto lo posso anche accettare. Ciò a cui invece non voglio più per nessun motivo sottostare è il fatto che questo mio cambiare provenga da commenti e ragionamenti fatti da altri sul mio sistema di pensiero, che io lo senta minato da un modo di vedere altrui. È paradossale trovarsi a credere cose che non avremmo mai pensato di credere: sono una persona semplice, con desideri basilari e poche sicurezze che ho sempre difeso senza la minima ombra di dubbio, sicurezze in cui credo fortemente ancora ora, ma in alcune situazioni mi rendo conto di fare fatica ad argomentarle, specialmente quando la differenza tra me e gli altri si fa troppo grande. Così ci rinuncio e gli lascio credere ciò che vogliono o, peggio, accondiscendo. È come dargliela vinta, dirgli “sì, dai, hai ragione tu”, ed invece no, non ce l’hai e la vita, fino ad ora, mi ha dato ragione. 

E poi voglio assolutamente smettere di scusare tutti. Ho letto una bella frase che diceva pressappoco che dire “è fatto così” sia diventato l’alibi del menefreghismo, che scusi  qualsiasi comportamente in virtù di un’ipotetica impossibilità di cambiare. Io di me lo dico spesso: “sai che non mi piace mandare troppi messaggi, sai che sono una sempre di corsa e non ho tempo, sai come sono fatta…” eh, e quindi? Non potrei forse essere diversa? Non sarei in grado, in virtù del fatto che so riconoscere questi miei limiti, di superarli? Si usa come scusa facile e pronta per fregarsene, per non metterci del proprio. Pigrizia. 

D’ora in poi ho deciso che “facile e pronto” saranno due aggettivi che non faranno più parte del mio vocabolario. 

Ci sarà leggerezza: non tutto grava su di me, sono io che lo scelgo, sono io che lo faccio, ma sono io che posso anche sbagliare, anche cedere, inciampare. Mi rialzo e ricomincio. Ed anche se mi capita senza che l’abbia deciso, posso farlo, ne sono capace.

Ci sarà ironia. L’hai fatta la cazzata? E ridici su! Che non è la prima, non sarà l’ultima. Rilassati. 

Ci sarà cambiamento, spicciolo, veloce, fulminante. Non ti piace questo? Bam, cambiato! Un pezzo alla volta. 

Ci sarà tempo. Se non è adesso, sarà poi. Se non è adesso, c’è un motivo. Aspetta, spera, rimani aperta al nuovo e consapevole di ciò che dai. 

Ci saranno radici. Persone, luoghi, te stessa. Il resto saranno tutti rami e nuove foglie.


Possiedo tanto, più di quello che necessiterei, posso dirmi soddisfatta. Ricevo tanto dalla vita e devo accettare di fare ciò che è sufficiente, il massimo per me, non per gli altri. Il minimo, come dice l’Alice, lo fissi tu. E io aggiungerei anche il massimo.

Per il resto, pensate quello che volete 😊.

E perdonate questa pazza e i suoi sproloqui.

La CiCci


C’era una volta…

C’era una volta una piccola regione, fatta di montagne, castelli , acque gelate e acque bollenti. Un posto fatto di scorci fatati, sul cui suolo hanno marciato cavalieri, mercanti, monaci e soldati in ogni epoca, lasciando tracce ancora oggi meravigliosamente visibili. I suoi borghi di pietra autoctona, le sue mura e le fortificazioni splendidamente mantenute creano un fascino senza tempo che attrae da secoli migliaia di visitatori, oggi più che mai invogliati da politiche del turismo oculate.

Ho espresso più volte, specialmente su Facebook, il mio amore per il Forte di Bard: mastodontico fortino di cultura e arte, ma qualche settimana fa ho scoperto un nuovo amore pochi passi più in là: la Fiera di Sant’Orso. (Cliccare per la storia😉)

Quella di Aosta, l’originale e storica fiera che si è conclusa il 31 gennaio, è alla sua 1017ºedizione, poiché per tradizione si vuole datarne l’apertura ufficiale all’anno 1000, anno nel quale si narra che per festeggiare l’arrivo del Santo, patrono di Aosta, si uscisse a regalarsi e scambiarsi oggetti, indumenti e tradizionali sabot, calzature intagliate artigianalmente da un ceppo di legno.

Non potendo partecipare alla fiera principale poiché si svolge nei giorni 30 e 31 gennaio, quest’anno feriali, abbiamo visitato la sua “sorellina minore”, quella di Donnas, frazione ai piedi del mio adorato Forte.


All’interno del borgo storico e appena fuori di esso, si snoda un’unica stradina gremita di banchetti imbanditi di ogni genere e tipo di oggetto producibile in legno: dallo strumento musicale, alla storica “coppa dell’amicizia” (da non confordere con la grolla!), i sabot, i giocattoli per bambini, taglieri e utensili da cucina,  fino alle più spettacolari e rifinite sculture e statue intagliate da tronchi centenari. 

Gli gnomi dei boschi, ah no, quella più alta è la Roby!


Se vi piace il legno c’è da perdersi, se non vi piace particolarmente, non riuscirete comunque a fare a meno di ammirare la straordinaria abilità e maestria di questi artigiani e delle scuole di falegnameria che espongono i loro lavori. 

Una speciale “fisarmonica” fatta di lamelle di legno

Il tornio

Una lampada di cui mi sono innamorata follemente😍

 

I tatà, animaletti di legno i legno e pietra con le ruote


Insomma, l’atmosfera é magica, gli occhi sono appagati e, se non dovesse bastare, c’è anche dell’ottimo cibo: polenta alla valdostana, salumi e formaggi (due nomi su tutti Lardo d’Arnad e Fontina), la “miassa” di farina di mais e torta di mele… Non so se mi spiego!

La polenta che cuoce in un paiolo grande tanto quanto la stufa, non ha prezzo!!!


Io, per il prossimo anno, mi sono già prenotata per una nuova visita, ricordandomi di inziarla con la serata del venerdì la veillà, serata di fiaccolata e cantine del borgo aperte. Non vedo l’ora! 


Intanto ringrazio come sempre per aver scoperto anche questa volta qualcosa di nuovo, grazie per avermi fatto meravigliare ancora! 


La CiCci

Catturare sogni: Marc Chagall 

Conosci un artista dai libri di scuola. Lo guardi e non lo capisci, come puoi, che ne sai tu? Poi passano anni e ti ritrovi a pensare all’arte, ai pittori che ti avevano colpito tempo addietro, a quei quadri che ti avevano incuriosito. Cerchi senza sapere il nome dell’artista o dell’opera e, mentre guardi distratto tra le molte immagini, una ti attrae e ti fa aguzzare la vista. Era quella. Era “blu” (così l’avevo chiamata nella mia mente).
In realtà il nome è “Paesaggio blu”, ci sono andata vicino. 

Forse perché Chagall era proprio così, o così mi piace immaginarlo: immediato, sincero, reale pur raccontando visioni e ricordi onirici. Chiama le cose con il loro nome: “La passeggiata”, “La sposa”, “L’ebreo in rosa” e non c’è trasposizione di significato, è quello che vedi. 

I colori sono basilari, i disegni quasi infantili e le pennellate piene. Anche se poi, quando ti ci fermi per un attimo sopra, vedi tutto il resto. 

Il paesaggio che accoglie e protegge. La città natale, dove ha vissuto un’infanzia felice nonostante tutto, e che gli ha fatto incontrare la futura moglie Bella, l’amore della sua vita ritratto in molte sue opere, morta prematuramente lasciando un vuoto immenso in lui. La Francia che lo accetta tra gli artisti di Montparnasse a Parigi quando la Bielorussia sotto lo zar gli stava stretta, che lo vede scappare durante le persecuzioni antisemite naziste per poi farvi ritorno e stabilirsi in Provenza, fino alla morte.

Il colore che avvolge le figure, non le colora soltanto, le riempie. Sempre colori base: giallo, rosso, blu, verde. Bianco e nero. 

 La serenità. Matrimoni felici, amanti che passeggiano per mano, uomini che toccano il seno delle loro donne senza malizia, solo perché le amano; la gioia degli artisti del circo, gli animali dei contadini, uccelli, mucche, asini. Tutto è felice, nonostante. Nonostante le passeggiate siano quasi sempre uno sul terreno e uno nel cielo, trattenuto dallo scappare via. Nonostante gli amanti volino sopra le città, come a lasciar intendere che l’amore non sia cosa di questa terra. Nonostante il circo non sia altro che un’allegoria del grande circo della vita, delle acrobazie inutili e fantasiose della guerra. 

Marc Chagall lascia trasparire gioia, sempre, ma non manca di ricordarci la sua profondità, il suo bisogno di rielaborare gli eventi della vita per trasformarli in felicità. 

Abbiamo girato camminando tra quadri olio su tela, gouache, xilografie, litografie in bianco e nero o a colori, bozzetti a matita, acqueforti della Bibbia. Non c’erano i miei quadri preferiti, peccato, ma la vista e la curiosità vengono ampiamente ripagate quando, girando l’angolo trovi la spiegazione dettagliata del quadro “La vie” e ti chiedi perché occupi una parete intera… poi ti volti e comprendi. Perché il quadro stesso la occupa; quattro metri alto tre di Vita! La sua storia, i matrimoni, la figlia, la patria, Parigi, il circo e la musica, la religione e le tradizioni.


Tutto in questo quadro parla della sua storia, la sua Vita! Entri nella testa dell’artista, scruti il suo cuore e la sua anima, portata a nudo, su un grande lenzuolo bianco… eccolo lì quello che ti aveva attratta, che ti si era fissato in mente. Il circo in cui tutti siamo clown, trapezzisti, giocolieri, in cui tutti ci barcameniamo. 

Lo confesso, vado alle mostre soprattutto per vedere quanto sono grandini quadri. Come “La Gioconda” che ti immagini enorme, poderosa, imponente ed invece è un quadretto da camera… ma questo di Chagall, vi dirò, mi ha colpito! Ti avvicini per cercare il particolare e ti ritrovi invece ad allontanarti per vedere l’insieme. È la metafora della vita: la indaghi, la scruti, la interroghi, ma poi è l’insieme che ti restituisce il significato completo. 

Buona notte

La CiCci


Celo, celo, manca.

1 anno.

No, il mio blog non mi ha cambiato la vita. Ma nemmeno pretendevo o speravo lo facesse. È un di più, non un al posto di. Ha occupato tempo e risorse, ma non ha mai sottratto quel tempo nè quelle risorse a qualcos’altro, motivo per il quale ci sono stati più silenzi che pubblicazioni. 

Il mio blog non racconta tutta la mia vita, non racconta tutta me stessa nè tutto quello che di me fa parte. Non mi ha cambiato la vita ma mi ha in qualche modo obbligata a guardarla, ad ascoltarla e a capirla. È la mia piccola vacanza da me, una pausa meditativa in cui mi costringo a fermarmi e mettere nero su bianco quello che sono in quel momento preciso, qualcosa che ho fatto e ha lascito un piccolo o grande segno dentro di me. Ogni tanto mi rileggo, riguardo le fotografie, mi chiedo il perché le abbia scelte o il motivo per il quale ho scritto quelle frasi. 

No, non mi ha cambito la vita. Ma ora, un anno dopo, vedo quello che invece l’ha in qualche modo impressionata:i posti che ho visto, le persone che sono entrate, uscite o hanno sfiorato i miei giorni, le immagini. Come quando rileggi il tuo diario segreto di bambina o adolescente e non ti capaciti di come potessi essere così, poi piano piano ti si svela il tuo percorso, quello che in te è profondamente o superficialmente mutato.  

Ti accorgi che sei cresciuta.

Le tue foto sono diverse, lo sono i tuoi occhi e le rughette ai lati della tua bocca. 

Fai una piccola cernita…celo, celo, manca.

Durante le feste appena passate ho capito molte cose di me.

SO, ADESSO LO SO, QUELLO CHE HO E QUELLO CHE NON HO.

Ho fortunamente avuto del tempo, ho goduto delle ore di nulla, sdraiata sul divano a guardare la TV o leggere  due paginette in croce, senza fretta. Uno Stop. Un’istantanea perfetta di quello che volevo per me: celo✔️ l’amore, la complicità di starsene zitti e stare bene, il bisogno ad un certo punto di allungare un piede o una mano verso di lui e toccarsi, la necessità del suo calore di fianco a te, quelle battutine sciocche per farsi una risata ogni tanto. Manca un piccolo esserino che ci somiglia, mannaggia adesso quanto manca. Un corpicino cicciotto che sospira mentre dorme, un piedino da accarezzare, il suo profumo alla base del collo, dietro un orecchio, quel profumo inconfondibile che è solo suo ma che sa di noi due…manca, ma non è ancora il momento. Se ci sarà mai un “momento giusto”, comunque so che non è questo. Celo✔️consapevolezze. La famiglia che, nonostante sia un casino, c’è sempre. E l’altra famiglia, quella fatta delle mie “sorelle”, le migliori amiche che non mi hanno mai lasciata, che mi conoscono e mi perdonano per le mie tante mancanze e difetti. Manca certezze. Ma chi ne ha? Cosa farò, qualcosa cambierà, sapremo fare tutto e farlo nel modo giusto, ci riusciremo? È un mio grande limite, lo so. Penso sempre che anche quando va tutto bene, da un momento all’altro capiterà qualcosa e stravolgerà quella poca sicurezza che avevamo costruito. Ed è una possibilità, certo, ma vivere così provoca ansia e toglie gioia. A dire la verità non mi posso proprio lamentare, sarebbe arrogante e sciocco, la mia vita la amo e amo tutte le possibilità che potrebbe offrirmi e so che comunque possa andare avrò chi saprà starmi a fianco e “contenere” le mie insicurezze, ma questo purtroppo ancora non riesce a darmi tutta la forza con la quale mi sentirei tranquilla… celo✔️ nuovi progetti. Tante idee che vorrei portare a termine, novità e vecchie passioni che vorrei riprendere in mano. Ora ho più tempo e i week end liberi,  e non vedo davvero l’ora di averli tutti di nuovo occupati da qualcosa! Ho voglia di fare tanto e mi sento piena di energia. 

1 anno. 

Questa è quella che sono io ora. Il solito groviglio in equilibrio tra forza e debolezza, tra i sogni irrealizzabili e i progetti imminenti, tra quello che devo, che non sempre è quello che voglio, equello che posso fare. 

Sono io: il mio blog, la casa che sarà, la vita che verrà. 

Siamo pronti! 

Buon compleanno mio piccolo blog, mia piccola Me.

La CiCcI 

Cazzotti e cicatrici

Una donna è solo sua.

Non dei padri,

non dei mariti,

non dei figli.

Un uomo, di qualsiasi età, peso, viso, colore, religione, altezza, ricchezza o bellezza, non la possiederà mai. MAI.

Nemmeno quando la ama follemente, nemmeno quando (miracolosamente) riesce ad entrare nei più profondi meandri della sua mente, nemmeno quando ne fa la regina indiscussa della sua vita. MAI. 

Avrà l’illusione in alcuni momenti, e lei glielo lascerà anche credere, di averla per sè, di poter dire “è mia, è la mia donna.” Ma questo non c’entra con il possesso e nemmeno con l’amore; è solo un retaggio dell’istinto primordiale che ha l’essere umano di voler “segnare” il proprio territorio. 

Un uomo può camminare a fianco ad una donna per tutto il suo tempo, può decidere di tenerla per mano e viaggiare lungo tutta una vita. L’amerà, se ne sarà capace, come si amano le cose più belle, si stupirà ogni giorno come davanti ad un meraviglioso dipinto e avrà l’illusione di avere la ricetta della felicità. Ma non sarà MAI sua. 

Perché una donna, non è un oggetto, non è un quadro, non è una ricetta. È una compagna, una sorella, una madre ed un’amica, ed è lei a decidere quando, come e se vuole esserlo. Anche quando vi chiederà lei stessa di essere posseduta, non lo sarà MAI, vostra. 

Potrà, in qualsiasi momento e per qualsiasi ragione, non volerlo più. 

E questo vi farà impazzire, uomini! 

Se siete dei poveri insignificanti esseri, vi arrabbierete e v’illuderete di poter rivendicare su di essa qualche sacrosanto diritto, credendo pure di avere ragione. Il nervoso arriverà al sangue e attraverso il sangue si irradierà alla pelle e ai muscoli, e l’istinto sarà forte; sentirete tutta la rabbia caricare le mani, ed avrete quella voglia matta di farlo uscire. 

Se siete dei poveri insignificanti esseri, lo farete: con gli insulti, con i ricatti, con le botte.

Se siete degli UOMINI invece, starete un male cane solo al pensiero di esservi adirati; vi sentirete delle merde per aver perso l’occasione di accettare quella compagna che vi chiedeva di camminarvi a fianco, per non aver saputo trovare il modo di amarla, la creatura stupenda che avevate tra le mani, per non aver capito come gestirla. 

Se siete degli uomini, accetterete la sconfitta, la decisione, le scelte anche sbagliate; saprete capire che una donna non sarà MAI vostra ed è giusto così, che è proprio il motivo per il quale vi eravate innamorati e vi innamorerete di nuovo. Perché non c’è niente di più bello e di più prezioso del riconoscere nell’altro la sua autonomia, di saperci convivere, di saperla rispettare.

Niente è più forte di uomo che sa dare valore alla vita della sua donna, che non chiede e non pretende di conoscerla fino in fondo, che scruta e indaga continuamente il suo mistero e sa quanto è fortunato se riesce ad averne un piccolissimo assaggio, ad affacciarsi per pochi istanti nel suo cuore. Questo ha a che fare con l’amore.

Se sei un UOMO sai che ogni volta che sminuisci una donna, che ne metti in dubbio le competenze e le capacità, che pretendi senza chiedere, che decidi senza consultare, che perpetui uno stereotipo, anche scherzosamente, che ti prendi il diritto di fare commenti, di fischiarle per strada, ti strusciarti su di lei mentre siete in coda in un locale, lo sei un po’ meno.  

Se sei un UOMO, in realtà, non c’è bisogno che ti venga detto nulla. 

#controlaviolenzasulledonne

La CiCci

Catturare momenti: Elliott Erwitt

La fotografia non si fa con le macchine, si fa con gli occhi e con la pancia. Non basta possedere il mezzo, ci va lo scopo, e lo scopo è immortalare la vita nel momento in cui esplode in un bacio, un sorriso o uno sguardo. È acchiappare la luce degli occhi, la rabbia dentro una mascella serrata, la sciocchezza dei gesti degli ignoranti, la forza in quelli dei diversi. 

Quando guardi queste fotografie, fatte cinquant’anni fa, capisci davvero il senso di una foto. Era l’attimo giusto, l’occhio che guarda oltre le cose, accorgersi del momento esatto.


Ma non solo. C’è l’ironia, la leggera spensieratezza o l’estrema profondità.


L’accuratezza.

La coincidenza catturata per caso.

La delicatezza.

Non è solo appendere un quadro ad una parete, è portarsi via un pezzo di vita autentico, senza modifiche, senza pose, senza manipolazioni. 

Erwitt diceva che la fotografia accade, è un dono che non va capito nè analizzato. Non ha nulla a che vedere con la volontà del fotografo e quando è ben fatta, non ha bisogno di parole, è qualcosa di magico che sembra andare aldilà della realtà. 

La vita ti si presenta davanti e non puoi far altro che vederla, quando possiedi i giusti occhi.

La CiCci


Cuore a sud 

Oggi è il primo giorno d’autunno. Inizia il freddo e la pioggia e quella serie di meravigliosi colori che si porta appresso. Non amo particolarmente questa stagione, a tratti mi rattrista e a tratti mi rende stanca ed insofferente, ed inevitabilmente mi porta a pensare al caldo, al sole che non riesci a guardare e al sale che ti si appiccica alla pelle dopo un bagno in quall’azzurro-verde mare di cristallo. 


Ho già accennato al mio dolce ritorno al lavoro, ma vorrei farvi capire meglio.

Avevo un desiderio: il Salento. Una voglia matta di vedere Quel Mare, di bere Quei Vini, di mangiare Quel Cibo e parlare con Quella Gente. 

Ho un capo meraviglioso: la Fra. Che ha voluto regalarmi il mio sogno, darmi la possibilità di farmelo entrare nel cuore. 


Si, certo, tecnicamente stavo lavorando…ma la sostanza non cambia. Avevo un sogno e l’ho realizzato. E posso solamente ringraziarla, punto.

Sapevo già, l’ho sospettato appena ho letto il nome “lido degli angeli”, che quel posto mi avrebbe stregata. 

Le aspettative non sono rimaste deluse. 

La strada dall’aeroporto al resort è una lunga traversata tra terra rossa, a tratti nera, ricca di ulivi, sugheri ed enormi cespugli di bouganville e fichi d’India. Le piante che nei nostri balconi stanno dentro a vasi da 30 cm di diametro, diventano baobab fioriti da due metri. Il sole asciuga e fa evaporare tutto, rendendo secca e brulla la vegetazione che costeggia la via… è un deserto ed insieme un meraviglioso Eden. 

gigli di mare

poi c’è il mare. Ma quello non si può spiegare. È troppo chiaro, troppo pulito, troppo trasparente. Irreale. L’acqua rimane bassa per molti metri dalla spiaggia, le conchiglie arrivano rotolando sulla sabbia chiara e, dove ci sono gli scogli, l’acqua si asciuga e lascia il sale, bianchissimo. 


I bambini sono a loro agio, talmente a loro agio, che ogni sera vogliono fare il bagno fino al tramonto, anzi fino a quando il sole proprio scompare.


Tutto in quella terra è una gioia, per gli occhi e per i sensi. L’aperitivo in spiaggia ( si, certo, anche con i bambini-noi moijto e loro cedrata Tassoni-) i bagni nell’acqua riscaldata dal sole calante, le mozzarelle che sudano latte e le burrate piene di panna, le ricotte di Nardó , le “friseddre cu li cucumbrazzi”, i caffè in ghiaccio con il latte di mandorla e i pasticciotti per colazione, il Negroamaro, il Primitivo di Manduria, il Malvasia e il Verdeca per le cene… Aaaaaaaaah, non fatemici pensare perché salgo su un aereo con biglietto di sola andata!!!

Tutto in quella terra ha il gusto giusto: non è pretenziosa, non esaspera i prezzi, non si ritiene altezzosa nonostante sia stata la meta più visitata di quest’estate. 

In quella terra c’è tutto quello che di buono ti serve in vacanza, ma non te lo fa pesare mai… si mantiene ancora generosa: ti ringrazia con il sorriso dei negozianti in cui hai speso un niente per una meraviglia di sapori autentici e autoctoni che qui te li sogni, ti lusinga con i panorami delle sue torri scagliate sul mare da centinaia d’anni, ti corteggia con i tramonti e le albe infuocate.


Tutto in quella terra ti si stampa dentro e ti fa desiderare di tornarci ancora e ancora e ancora, ti lascia un dolore latente, melanconico, nostalgico. Ti fa un piccolo nodo alla bocca dello stomaco che potrai sciogliere soltanto quando sarai di nuovo là, perché ci sarai di nuovo, perché hai visto soltanto una piccola parte di quello che avresti voluto e non ti è per niente bastato. 

torre Colimena

torre Lapillo

saline dei monaci

dune di Punta Prosciutto


Tornerò con la mente molte volte a quei colori e a quei gusti autentici in attesa della prossima estate, di molte prossime estati.

A presto Salentu miu!

La CiCci

Caricarsi-Scaricare

Eccoci ad un’altra domenica sera.  

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    Da ormai due settimane è ricominciato il lavoro, quello della settimana e quello dei week end. Ci ho messo un bel po’ di giorni a riprendere il ritmo normale delle mie giornate, delle mie cose da fare, della solita vita. 
    Probabilmente ci ho messo più del solito perché quest’estate ho davvero staccato la spina! Sono arrivata alle ferie con un grosso carico che mi schiacciava da dentro, con la sensazione di dovermi liberare di qualcosa che mi premeva sul cuore. Probabilmente era solo la stanchezza accumulata durante l’anno, o forse era che a forza di trattenere ero arrivata alla mia capienza massima, dovevo scaricarmi. 

    L’idea iniziale era quella di andare in un rifugio in montagna, da sola, con l’essenziale da mangiare e gli scarponi per camminare il più possibile. La mia famiglia e il Cicci non erano esattamente contenti di questa mia decisione, ed anche se io non vedevo il pericolo che invece loro pensavano potesse esserci, alla fine mi hanno comunque convinta ad abbandonare il mio progetto da eremita. 

    Ciò a cui invece non ho assolutamente rinunciato è stata la solitudine. Perché, diciamolo, è bello, bellissimo stare in mezzo ai bambini, alla gente, alle persone, stare ore a chiacchierare, a raccontare e spiegare, certo, ma se ci si comporta sempre come dei grossi recipienti che vengono riempiti di parole, di immagini, di progetti e storie raccolte e prodotte, ad un certo punto si raggiunge il bordo e si inizia a non saper più trattenerle… non c’è più spazio per far entrare nulla. A quel punto si deve iniziare a levare. 

    Ho levato per prima la noia. 

    Non sopportavo l’idea dell’ozio. Di solito amo non fare assolutamente nulla quando ne ho la possibilità, ma credevo che non fosse la strada giusta in quel momento. Così organizzavo con chi c’era. Montagna con la mamma, con le amiche, con il Cicci. Bastava far andare le gambe. 


    Ho levato le parole, poi. 

    Ho deciso di andare in giro da sola, per essere obbligata a starmene zitta. Molto molto difficile per me. All’inizio, mentre camminavo o guidavo, parlavo da sola, prima sottovoce, poi mentalmente. Alla fine dopo un paio di giorni sono riuscita a tacere anche con me stessa. Stavo zitta e guardavo, ascoltavo il silenzio. 



    Poi ho levato il senso di fatica. 

    Vi capita mai di aver bisogno di esagerare? Di sentire di dover sforzare, andare più in là di quello che normalmente fate? Mi sono sentita come in cammino verso una meta. Non so quale fosse, non lo capisco nemmeno adesso a posteriori, ma credo che sentissi la necessità di dirmi “Fede, guarda che se vuoi, ce la fai”. 

    La mattina dopo alle 4:30 ero sveglia, zaino in spalla, PG al guinzaglio, fari dell’auto accesi. Si va a vedere l’alba. 


    C’è solo silenzio mischiato a buio. Sei sola. Cammini al chiaro di luna per arrivare al punto più in alto da cui potrai vedere tutto. Ti prende un infondato senso d’insicurezza, non stai correndo nessun pericolo, non stai affrontando un’impresa impossibile, non sei in missione! Stai solo camminando, eppure ti senti stranamente esposta. 

    Allora capisci perché lo stai facendo. Sei sola perché hai bisogno di staccarti, sei lì sopra perché vuoi uscire dalla tua zona di comfort, aspetti il sole perché vuoi vedere con quanta potenza nasce, hai bisogno di toccarla con le dita quella forza, di vedere il cielo squarciarsi di luce, vuoi entrarci in quell’energia che brucia e ricarica nello stesso istante. 

    La notte porta via, il sole carica di nuovo.


    E quando ti senti pronta, ti alzi e parti. 

    Levi per ultimo il tempo.

    Non esistono orari, non esiste tabella di marcia. Quel giorno ho camminato dall’alba al tramonto, senza un percorso, in salita, in discesa, tornando spesso sul tragitto appena pestato. Mi sono fermata molte volte, ho riposato, ho respirato, ho portato le mie gambe al loro limite. Nessuna grande vetta, nessuna traversata o scalata, solo passi su passi. 


    Scaricare – Caricarsi. Caricare – Scaricarsi.  

    Avevo levato tutto ed ero vuota, pronta per ripartire con il nuovo anno di lavoro, che, devo dirlo, è iniziato proprio dolcemente, con una bella settimana al mare. Ma di questo vi parleró in un’altra occasione, perché ora che mi sono finalmente riabituata al solito ritmo della vita, devo andare a dormire, con negli occhi ancora queste immagini piene e un nuovo monito scritto sulla bacheca della cucina:


    Notte! 

    La CiCci

    Che festa! certe notti a Camandona…

    Shhhhhh… lo sentite anche voi? il rumore dell’olio delle friggitrici che attendono le patatine e il fritto misto da far dorare, la polenta che sobbolle mentre fa sciogliere il formaggio della concia, la pasta che attende il sugo, lo sentite?

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    lo sentite lo screpitio delle pietre che cuoceranno la carne? il rumore del cinghiale che assorbe il sugo o del pollo alla cacciatora che sguazza nel sughetto invitante, del merluzzo che frigge prima di essere adagiato sulla polenta e cipolle? e le affettatrici che tagliano i salumi? i coltelli che affettano la verdura dell’insalata e i pomodori per le bruschette e le piadine, li sentite?

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    Nemmeno gli spillatori che iniziano a versare la birra per i camerieri e i cuochi prima di una serata faticosa? E il sound-check della band che suonerà? Lo sentite? 

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    Io sì, li ho sentiti tutti questi rumori, per sette giorni. E’ il suono della festa prima che inizi, prima che arrivino le centinaia di persone che l’hanno affollata ogni sera, prima che parta il via vai delle quasi cinquanta persone che hanno collaborato, con le maglie arancioni per servire ai tavoli, con quelle nere in cucina. E’ il suono della comunità che si muove per far quadrare le cose, per essere partecipe, per fare tutto nel miglior modo possibile. 

    E’ il suono della festa di Sant’ Anna. Una festa di paese come tante altre, ma con qualcosa di più, qualcosa di speciale.

    Ci sono cose che non trovi mai il tempo di fare: stirare, fare il cambio di stagione, levare i cibi scaduti dalla credenza o dividere in cartelle le fotografie accumulate in una generica “immagini” sul pc. E poi ci sono le cose che, cascasse il mondo, ti trovassi con un piede ingessato, non puoi proprio non farle. Una di queste è sicuramente andare alla festa di Sant’Anna. 


    In questo paesino, Camandona, vivono quasi meno persone di quelle che ci vengono in villeggiatura, e non c’è il mare e nemmeno una struttura sciistica, e neanche un lago o qualcosa di diverso dagli altri mille paesini dei dintorni. C’è un piccolo bar-trattoria, qualche alpeggio un po’ più su del centro, che poi non è nemmeno un centro, tre chiesette: una sconsacrata, una su una curva e una con l’orologio solo sul lato interno del campanile. A questa festa si mangia benissimo, certamente, un menù ricco e cibo ben cucinato, con amore e pazienza, con ingredienti freschi e di qualità, ma come anche in altre feste. I gruppi e i cantanti che vengono a suonare sono tutti bravi e fanno divertire e cantare a squarciagola, ma mica vengono solo qui. E per trovare parcheggio si fanno un sacco di giri e si cammina.

    Ma allora cosa ci sarà di così tanto speciale? Cosa fa sì che ogni anno vengano migliaia di persone a mangiare alla festa di un paese che nemmeno li può contare mille abitanti? cosa fa accorrere tutti, li fa ritornare da Milano, da Torino, dalla Francia e persino dall’America, cosa gli fa usare le ferie estive per venire ad aiutare a servire, o li fa rimanere a lavorare fino alle due del mattino nonostante il giorno dopo la svegli suoni alle sei o alle sette?

    La risposta è molto semplice.

    Sono le persone.

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    E’ l’atmosfera che si respira.

    Non è solo collaborazione, rispetto del lavoro e delle capacità di tutti. E’ il divertimento che si riesce a toccare con mano. Tutti noi siamo lì senza percepire un euro, per sette serate e per diverse ore a sera. C’è chi va anche alla mattina a preparare il cibo che verrà cucinato alla sera, chi ha montato i gazebo, i tavoli, il palco, chi ha girato come un matto per mesi a cercare gli sponsor, i contributi, gli aiutanti. Chi deve andare a chiedere i permessi, a fare la spesa, chi lava e stira i grembiuli e gli strofinacci di notte per il giorno seguente. 

    Ma nonostante questo, nonostante tutto il lavoro e la fatica, quello che si vede sono i sorrisi, i balletti sciocchi, le risate.

    Per questa festa di sta alzati a cantare fino alle tre di notte anche su settimana, si brinda a chi c’è ancora all’ultimo giro di poker, si suona la chitarra senza saperlo fare per ridere tutti insieme, si saluta in cielo chi non c’è più senza lacrime, senza nostalgie. E anche se ogni anno si ripetono le stesse canzoni di Ligabue, le stesse suonate, le stesse risate, le stesse partite All inn, nessuno di noi saprebbe davvero rinunciarci!  

    Credo che la risposta sia quella, che questa sia la formula magica di una festa che va avanti da più di ottant’ anni, che ha persone che aiutano da quaranta, che si ingrandisce e si migliora ogni anno di più e che in questo 2016 ha fatto il suo record storico!

    Adesso lo sentite anche voi, il suono della festa?

    Al prossimo anno.

    La CiCci